FESTA DEL NINO
… non c’era casa di campagna che non avesse vicino lo “stalletto” ombreggiato dai fichi. Le querce, poi, sorreggevano dovunque l’architettura dei campi e di certo in ogni stalla si sarebbe trovata l’immagine di Sant’Antonio con il maiale. Da questo primo passo, e dai molti altri successivi, è venuta fuori “La festa del Nino” come occasione per leggere, scrivere, riscrivere, consumare e riprodurre, quanto di cultura e tradizione il Nino comprende e sottende nel territorio delle alte Marche ma anche altrove.
Per secoli in Italia si sono mangiati “sanguinacci”, “spuntature”, “ciarimboli”, “testicciole” che sono gli esiti di riti e tradizioni sacrificali antichissimi. Nelle immagini dei vecchi calendari, dicembre è illustrato dall’uccisione del Nino e sempre c’è lì una donna pronta a raccogliere con una padella il sangue per i “sanguinacci”.
Nelle immagini dei vecchi calendari, dicembre è illustrato dall’uccisione
del Nino e sempre c’è lì una donna pronta a raccogliere con una padella il sangue per i “sanguinacci”. Oggi è criminalizzato e sotto accusa tutto il cosiddetto “quinto quarto”, le frattaglie sulle quali si è basato per secoli il consumo di carne delle plebi urbane delle città italiane (Cos’è più Roma senza i “rigatoni a la pajata” e la “coda a la vaccinara”? Cosa avrebbero detto Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Federico Fellini e la nostra Ave Ninchi?). Anche il lardo di Colonnata, quello che mangiava Michelangelo quando andava a scegliere il marmo per la Pietà, ha rischiato di diventare “fuorilegge” perché le vasche di marmo di Carrara non erano “a norma”
fonte :http://www.festadelnino.org/

